Diario di un uomo che ce l’ha fatta.

Ho cinquant’anni, una bella macchina, una moglie, due figli, un’amante, un’altra amante, due cellulari, quattro appartamenti a Milano, uno a Cortina, un altro a Poltu Quatu, un abbonamento open alla Scorpion, quattro carte di credito, tre conti correnti in Italia, due in Svizzera, quattro segretarie, tre amici stretti, settecentoquaranta numeri in rubrica. Gioco a tennis tutti i sabato pomeriggio, faccio quattro settimane di vacanze all’anno, un weekend al mese in campagna dai miei genitori, un numero imprecisato di trasferte infrasettimanali, parlo perfettamente l’inglese, me la cavo con il francese e so dire “mi scusi, prendete la Visa?” in tedesco. Mi piaceva Fini, ora non più. Ho sempre votato Berlusconi. A sinistra non mi piace nessuno, a parte Renzi, anche se è un po’ troppo cattolico. Non vado in Chiesa da quando ho fatto la cresima. Ogni tanto vado a puttane, le scelgo sempre dallo stesso sito, per lo più ucraine, talvolta russe, ma sempre bianche. Non ho nulla contro le negre; solo, non mi eccitano. E poi hanno dei capezzoli davvero troppo grossi. L’anno scorso ho guadagnato un milione e mezzo di euro. Quest’anno guadagnerò qualche cosa di meno, ma confido di rimanere sopra la soglia del milione. Fino a un paio di mesi fa pippavo cocaina, poi ho smesso. Non so perché. Non ho mai pippato abbastanza da sviluppare una vera e propria dipendenza, né mi si sono mai spaccate le narici o altre cazzate del genere. Devo essermi stufato, tutto qui. E ho ripreso a fumare, dopo quindici anni. Una sigaretta ogni tanto, senza esagerare. Odio le esagerazioni. Odio chi urla per chiamare il taxi, chi alza la voce durante le discussioni, chi sbatte i pugni sul tavolo; odio chi bestemmia e odio gli uomini ubriachi; ma, ancor di più, odio le donne ubriache, che biascicano incattivite la loro frustrazione per una vita gettata nel cesso a rincorrere una giovinezza che non torna e un marito troppo occupato a scoparsi la segretaria per rendersi conto che sono andate dal parrucchiere, quella mattina. Odio i politici. Odio chi non lavora e chi si lamenta perché non trova lavoro. Odio i cassintegrati che scendono in piazza a protestare contro lo Stato che non ha più soldi per aumentargli ulteriormente quelle tutele che il novanta per cento di chi lavora non vedrà mai neanche in controluce. I giovani, poi, non li sopporto: sempre pronti ad attaccare i padri e le madri, colpevoli di non avergli preparato un futuro da scongelare, preparare e mangiare in soli cinque minuti. La povertà, in linea di massima, m’infastidisce; ma so apprezzare chi la vive con silenzioso contegno. Amo le belle cose, tutte, senza distinzioni. Amo comprare, per me e per gli altri. Amo il profumo delle lenzuola appena cambiate e l’odore delle scarpe di pelle. Amo la mia cameriera, che la mattina mi fa trovare il caffè pronto, un croissant caldo e il giornale aperto sulla pagina economica. Amo i ristoranti eleganti, la buona cucina, gli hotel sfarzosi e le donne che sanno camminare sui tacchi. Amo guardare i film d’azione con i miei figli. Amo scopare e fare l’amore. Amavo mia moglie. Amo quello che mi sono costruito, giorno per giorno, senza l’aiuto di nessuno. Talvolta mi guardo allo specchio: sono, ancora oggi, un bell’uomo. Nulla di eccezionale, per carità. Ma non mi posso certo lamentare. E se anche fossi un po’ meno bello, non mi lamenterei lo stesso. Io non mi sono mai lamentato. Sono sempre andato avanti, senza rompere il cazzo a nessuno, e, alla fine, ho conquistato tutto ciò che volevo. Insomma, ho cinquant’anni, una bella macchina, una moglie, due figli, un’amante, un’altra amante, due cellulari, quattro appartamenti a Milano, uno a Cortina, un altro a Poltu Quatu, un abbonamento open alla Scorpion, quattro carte di credito, tre conti correnti in Italia, due in Svizzera, quattro segretarie, tre amici stretti, settecentoquaranta numeri in rubrica. E sono un uomo felice.

 

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